Il futuro siamo noi. Crescita Green o Decrescita?

  di Patty L’Abbate      Stralcio pubblicato su: Gazzetta del Mezzogiorno il 25 Settembre 2017

La nuova “post-normal science”, l’economia ecologica, di cui fanno parte  studiosi come Tim Jackson, Joan Martínez-Alier, Peter Victor, afferma che il degrado su larga scala degli ecosistemi richiede una trasformazione fondamentale del nostro sistema economico che va assolutamente allontanato dalla continua crescita economica.  Già dal 1971, l’economista e statista rumeno, Nicholas GeorgescuRoegen con la sua teoria Bioeconomica, segnò l’inizio di una nuova visione: lo sviluppo di un diverso tipo di struttura economica per un mondo ecologicamente vincolato. Nel frattempo, il mondo sceglieva una strada più blanda, la green economy che sostituiva la brown economy per virare verso uno  sviluppo sostenibile. Negli ultimi anni da parte della Comunità Europea c’è stato un passo  più deciso, in sintonia con le teorie di Nicholas GeorgescuRoegen, è stata proposta: l’Economia  Circolare,   strategia  in cui i processi industriali lineari  imitano i cicli della natura e  diventano “circolari”, i rifiuti e gli scarti scompaiono, il modello economico  è in grado di rigenerarsi da solo continuando a crescere  in modo sostenibile,  mira alla  dematerializzazzione del sistema economico, o meglio al “disaccoppiamento “ del benessere derivante dalla crescita economica, dal depauperamento di capitale naturale.

                 La domanda che sorge spontanea è: ma questo disaccoppiamento assoluto è qualcosa di fattibile? Una  società  basata sulla crescita verde,  potrà con l’aiuto dell’economia circolare rispettare i  limiti di biocapacità dell’ecosistema? La transizione verso un’economia a basse emissioni di carbonio, ormai necessaria visti i livelli di anidride carbonica in atmosfera, potrà essere  possibile con  modelli di crescita circolari? Negli ultimi anni è emersa la “macroeconomia ecologica” un filone di ricerca che applica  vari strumenti, come  ad esempio la dinamica dei sistemi, per sviluppare  modelli idonei ad analizzare le sfide della sostenibilità. In questi modelli, si crea una dipendenza fra variabili macroeconomiche come il consumo, l’investimento, la spesa pubblica, la disoccupazione, e le variabili ecologiche quali: l’uso delle risorse, l’energia, le riserve, le emissioni e  l’integrità della biosfera. Le  variabili macroeconomiche convenzionali sono configurate in modo da ridurre l’imperativo di crescita, identificare percorsi ecologicamente e socialmente sostenibili,  analizzare dati economici e formulare  ipotesi su scenari futuri. In conclusione l’obiettivo di questi approcci non è la crescita del PIL e ne tanto meno la sua diminuzione, ma è  la riduzione e quindi la stabilizzazione dell’utilizzo di materiali e di energia entro i limiti ecologici. Il Gruppo Tematico “Decrescita ed Economia”  del Movimento Italiano per la Decrescita Felice  ha elaborato con l’aiuto di esperti, un modello macroeconomico ecologico: il 2METE. Sarà presentato il 4 ottobre a Roma, in Campidoglio, nella sala Protomoteca da Simone  D’Alessandro  del Dipartimento di Scienze Economiche dell’Università di Pisa,  all’interno del convegno  organizzato da: Associazione Italiana degli Economisti dell’Energia (AIEE) e  Movimento per la Decrescita Felice (MDF).

Articolo completo:

Un modello di crescita sostenibile, green, è visto da molti come l’unica speranza per la risoluzione di una serie di problemi che affliggono la società moderna: la crisi economica, il riscaldamento globale, il degrado ambientale e sociale.  Tuttavia, nessuna crescita può essere definita perfettamente verde, e un numero crescente di studiosi a livello mondiale, di cui una grossa fetta confluisce nella nuova “post-normal science”: l’economia ecologica, sono convinti che altri paradigmi come la decrescita, lo stato stazionario, la nuova economia della prosperità, siano la risposta per un futuro vivibile e certo. Ricercatori come Tim Jackson, Joan Martínez-Alier, Peter Victor, affermano che il degrado su larga scala degli ecosistemi richiede una trasformazione fondamentale del nostro sistema economico che va assolutamente allontanato dalla continua crescita economica.

     Spighiamo perché un modello di crescita economica non è sostenibile. Poniamo l’attenzione, su un aspetto fin ora trascurato dalla scienza tradizionale, la complessità del sistema economico-ecologico e le interazioni che sussistono fra i vari livelli del sistema stesso. Gli economisti ecologici, dividono l’economia in tre livelli: in alto vi è l’economia finanziaria (ormai sfuggita di mano), a seguire l’economia reale, quella che produce merci, fornisce servizi, e con l’ occupazione movimenta salari e infine, nel terzo livello è posta la “ la sala macchine “, il fondo dell’economia reale, un fitto groviglio  di   flussi di energia e di materia che dalla natura  sono  dirottati in entrata nei processi industriali, e poi ancora, altri flussi di emissioni inquinanti in uscita dai processi antropici  e diretti nell’ambiente, e  si continua con flussi di rifiuti che si  accumulano nei mari e sul suolo.  La sala macchine non è mai stata considerata nella contabilità nazionale, e non vi è alcun segno della sua presenza negli indicatori economici come il PIL.              Nel 1971, l’economista e statista rumeno, Nicholas GeorgescuRoegen con la sua teoria Bioeconomica, segnò l’inizio di una nuova visione: lo sviluppo di un diverso tipo di struttura economica per un mondo ecologicamente vincolato. L’economista  propose una contabilità completa che considerava le leggi della termodinamica, i limiti della natura e calcolava i flussi di materia ed energia che circolavano fra la biosfera e la tecnosfera. Molti studiosi negli anni a seguire, hanno continuato il suo lavoro, ricordiamo Herman Daly,  Giorgio Nebbia e gli attuali economisti ecologici. Nel frattempo, il mondo sceglieva una strada più blanda, la green economy che sostituiva la brown economy per virare verso uno  sviluppo sostenibile. Negli ultimi anni da parte della Comunità Europea c’è stato un passo  più deciso, in sintonia con le teorie di Nicholas GeorgescuRoegen, è stata proposta: l’Economia  Circolare. Questa strategia  porta  in superficie “la sala macchine”, il terzo livello nascosto. I  processi industriali lineari ora imitano i cicli della natura e  diventano “circolari”, i rifiuti e gli scarti scompaiono, e questo modello economico è in grado di rigenerarsi da solo, continuando a crescere  in modo sostenibile, perché mira alla  dematerializzazzione del sistema economico, o meglio al “disaccoppiamento “ del benessere derivante dalla crescita economica, dal depauperamento di capitale naturale.

               La domanda che sorge spontanea è: ma questo disaccoppiamento assoluto è qualcosa di fattibile? Una  società  basata sulla crescita verde,  potrà con l’aiuto dell’economia circolare rispettare i  limiti di biocapacità dell’ecosistema? La transizione verso un’economia a basse emissioni di carbonio, ormai necessaria visti i livelli di anidride carbonica in atmosfera, potrà essere  possibile con  modelli di crescita circolari?  Se la risposta è sì, siamo a cavallo! E se non riusciamo a ottenere un  disaccoppiamento assoluto, nonostante le eco-innovazioni, il rifiuto che diventa risorsa, l’industria  4.0, abbiamo un piano B di riserva? L’alternativa alla crescita è la decrescita, e qui, la nostra società è posta di fronte ad un dilemma: se la crescita green è insostenibile,  la  decrescita è rischiosa, non sappiamo cosa può succedere al reddito, alla produzione, all’occupazione! Nell’ attuale sistema economico, il PIL deve crescere, altrimenti non è un buon segno. I  tassi di crescita  negativi sono generalmente associati a disoccupazione e quindi ad un impatto sociale negativo. La sfida di un’alternativa alla crescita,  deve dare risposte certe, ossia, l’applicazione di  politiche di decrescita deve produrre una transizione stabile ( vedi Jackson et al., 2015 ).

            Negli ultimi anni è emersa la “macroeconomia ecologica” un filone di ricerca che applica  vari strumenti, come  ad esempio la dinamica dei sistemi, per sviluppare  modelli idonei ad analizzare le sfide della sostenibilità (vedi  Rezai et al., 2013; Røpke, 2013); questo strumento, grazie alla sua flessibilità, le simulazioni e l’analisi di scenario, è in grado di capire le dinamiche esistenti fra il sistema economico, ecologico e sociale, e  valutare  le loro interconnessioni e il loro feedback. In questi modelli, si crea quindi una dipendenza fra variabili macroeconomiche come il consumo, l’investimento, la spesa pubblica, la disoccupazione, e le variabili ecologiche quali: l’uso delle risorse, l’energia, le riserve, le emissioni e  l’integrità della biosfera. E’ possibile configurare le variabili macroeconomiche convenzionali in modo da ridurre l’imperativo di crescita, identificare percorsi ecologicamente e socialmente sostenibili,  analizzare dati economici e formulare  ipotesi su scenari futuri. In conclusione l’obiettivo di questi approcci non è la crescita del PIL e ne tanto meno la sua diminuzione, ma è  la riduzione e quindi la stabilizzazione dell’utilizzo di materiali e di energia entro i limiti ecologici ( vedi O’Neill, 2012, 2015a ), cioè, la valutazione delle giuste politiche per manovrare “la sala macchine” in sintonia con le leggi di Gaia. Con questi modelli è possibile capire se  applicando delle politiche di decrescita il sistema economico si sostiene o collassa, se riusciamo a contrastare il riscaldamento globale e allo tesso tempo evitare che il livello di  disoccupazione aumenti, se dobbiamo investire maggiormente sull’economia locale, sulle rinnovabili o sul risparmio energetico. Il Gruppo Tematico “Decrescita ed Economia”  del Movimento Italiano per la Decrescita Felice  ha elaborato con l’aiuto di esperti, un modello macroeconomico ecologico: il 2METE. Sarà presentato il 4 ottobre a Roma, in Campidoglio, nella sala Protomoteca da Simone  D’Alessandro  del Dipartimento di Scienze Economiche dell’Università di Pisa,  all’interno del convegno  organizzato da: Associazione Italiana degli Economisti dell’Energia (AIEE) e  Movimento per la Decrescita Felice (MDF).

Patty L’Abbate                                                                                                                                     Ecological Economist PhD

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Un pensiero su “Il futuro siamo noi. Crescita Green o Decrescita?

  1. Giuseppe Carpentieri

    Partendo dalle interessanti domande poste da Patty L’Abbate dobbiamo osservare che già prima delle dimostrazioni di Nicholas Georgescu-Roegen, le attività umane più impattanti, cioè quelle relative all’urbanizzazione e all’industria furono severamente messe in discussione nell’Ottocento. Dal punto di vista teorico, considerando proprio l’entropia, si intuisce che «una società basata sulla crescita verde» non può rispettare i limiti della natura, mentre un’economia orientata a chiudere i cicli naturali può rispettare gli ecosistemi, ed è questo il contributo tecnico che Georgescu-Roegen ha dato prima agli studi economici, demolendo la teoria neoclassica, e poi agli studi sociali integrati dalla fisica. Ciò che ci conforta è che la scuola territorialista, nata nella seconda metà dell’Ottocento e inizio Novecento, ha saputo costruire un modello concettuale di governo del territorio prendendo in considerazione, negli anni ’70, anche la bioeconomia. Se l’economia neoclassica ha avuto l’ardire di ignorare la fisica, e di ricondurre il tutto nella misura di quantità in termini monetari, l’approccio bioeconomico ha ricordato che la vita sul pianeta è condizionata da una legge valida per tutti, e pertanto ai flussi quantitativi dell’economia ha aggiunto l’entropia, di fatto modificandola, e introducendo il concetto di qualità (efficienza energetica) delle trasformazioni. Il focus di questo approccio è la relazione. La relazione è biologica, chimica, fisica ed etica fra uomo e natura, che si realizza non più in termini di estrazione e mero accumulo, ma in termini di gestione, cioè uso razionale dell’energia e della materia per consentire la pacifica convivenza delle specie. In sostanza oggi disponiamo di un valido approccio multidisciplinare che ci consente di applicare la bioeconomica, ma siamo costretti a subire un ostracismo ideologico del paradigma culturale dominante presente nelle istituzioni politiche. Se oggi possiamo pensare e progettare in termini di analisi del ciclo vita (LCA), lo dobbiamo allo sviluppo del pensiero ecologico che copia le leggi della natura. Oggi si progettano edifici applicando tecnologie che misurano i flussi di energia (LCA) e si possono predisporre protocolli di controllo per intere aree urbane. Alcune imprese, che non devono sottostare al dogma della crescita continua, stanno già sperimentano l’approccio bioeconomico. Esempi della capacità industriale di applicare cicli chiusi sono tutte le attività che progettano con regole di eco-design (dalla culla alla culla), mentre le comunità gestite dalle istituzioni politiche sono costrette a vivere secondo le regole di un’epoca obsoleta. I limiti sono rappresentati dall’approccio economico neoclassico che pensano solo per analisi di costi e benefici, credendo che tutto sia merce e ignorando l’entropia. Ancora oggi la valutazione di programmi, piani e progetti è prevalentemente condizionata dagli strumenti finanziari ed economici, cioè dal ritorno economico degli investitori privati, senza dare peso e valore all’analisi sociale e ambientale. E’ questo il nodo che impedisce di diffondere l’approccio bioeconomico, che per l’appunto, oltre ai flussi di energia in entrata e in uscita, tiene conto anche dall’analisi sociale, ma ciò significa dare meno peso all’approccio economico finanziario.
    Giuseppe Carpentieri

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